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Papa Francesco, l’inatteso pontefice della pampa

La sera del 13 marzo è iniziato il nuovo Pontificato di Papa Francesco, che succede così a Benedetto XVI. La riflessione a caldo di Rigel Langella, teologa, a margine delle notizie subito circolate in merito alla condotta dell'arcivescovo di Buenos Aires.

di Rigel Langella, 15 Marzo 2013
TAG  chiesa  papa  fede 

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“Perché non ce lo prestano per fare il capo del Governo?” Ero al telefono con una giovane amica, Alessia, la sera fatidica del 13 marzo subito dopo l’elezione del nuovo vescovo di Roma e questa impressione a caldo ha sintetizzato - come dire? – l’effetto positivo sul popolo di Dio. Ovviamente la frase non va intesa come nostalgia di cesaropapismo, ma testimonia efficacemente il fatto che le persone che assistevano all’evento epocale dell’elezione del primo papa extraeuropeo, siano rimaste al contempo stupite e rassicurate.

Nel linguaggio della fede il messaggio evangelico si definisce in base al duplice criterio del: “già e non ancora”, “continuità e discontinuità”.

In questa chiave e solo in questa chiave ha voluto presentarsi ai fedeli della Chiesa e al mondo il neo-eletto. Parole semplici, linguaggio diretto e dottrina esemplare, ispirata ai pilastri teologici del Concilio Vaticano II.

Lascerei da parte il contenuto dei primi commenti, degli esperti che hanno dovuto lasciare a mezz’aria il cucchiaio della zuppa serale per distribuire improvvise pillole di saggezza.

Alla Chiesa non si può cucire addosso l’abituccio troppo stretto delle motivazioni prese a prestito dalla politica contemporanea: degli equilibri geopolitici, delle ragioni statistiche, del declino inarrestabile dell’Europa, degli immancabili intrighi di Curia, dell’eterna contrapposizione tra progressisti e conservatori.

Con queste categorie ciò che ci sfugge è sempre più grande di quello che riusciremmo ad afferrare. Mio marito che è umbro di Norcia e credente (più o meno) a modo suo, mi ripeteva da giorni: “non so chi potrà essere, ma si chiamerà Francesco. Dopo Benedetto viene bene”.

Come dire: una storia di famiglia. In questo senso, davvero emblematicamente, continuità e discontinuità si evidenziano: Europa e poi mondo, cristianità e poi islam, padre legislatore e padre dei poveri, riformatore del monachesimo, riformatore della chiesa. Tutto si abbraccia, si completa, si compenetra e cresce fino al compimento del progetto di Dio nella storia umana.

Forse una speranza, forse un sogno. Io no, confesso che non ci pensavo proprio: come tutti gli altri, che lo hanno candidamente confessato sono rimasta stupita, però credo che questa santa aspirazione, magari inconscia o inespressa, del popolo di Dio sia arrivata dove doveva arrivare.

La Chiesa, sempre per chi ci crede, è una realtà teandrica: casta meretrix, ossia santa per la parte che non è umana, dono dello Spirito, e peccatrice per quello che ci mettiamo di nostro, appunto la parte umana. Da questo punto di vista è facile spiegare e capire perché riesce a sorprendere. Nel bene e nel male, ovviamente.

Forse molti si chiedono perché il primo papa gesuita abbia deciso di chiamarsi Francesco. Il nome scelto, come si ripete sempre, costituisce il primo programma di governo del nuovo eletto: in omaggio all’esempio del Poverello d’Assisi, tra i santi più noti e amati anche fuori della cristianità, riformatore dall’interno della Chiesa dell’Età di mezzo.

Ho partecipato con emozione, proprio all’inizio del mese di marzo, a una veglia di preghiera nella cripta della basilica di Assisi assieme a teologhe islamiche e protestanti che partecipavano per condividere lo sforzo per la costruzione di un mondo di pace, giustizia e custodia del creato. Appunto i pilastri del dialogo ecumenico e interreligioso. Ovviamente, nella chiesa sudamericana, l’opzione preferenziale a favore dei poveri, l’impegno per la redistribuzione più equa delle grandi ricchezze della terra, è prioritaria nella cura pastorale e il vescovo di Buenos Aires, che si sposta in metrò, lo sa bene.

Vorrei ricordare pure quanto hanno in comune Francesco d’Assisi e Ignazio di Loyola. Due ragazzi di buona famiglia, giovani e ricchi, sicuramente anche fisicamente prestanti, con un grande sogno: la cavalleria, con i suoi ideali di gloria. Non sempre però la guerra porta solo la fama, più spesso arrivano la sofferenza, il dolore, la prigionia e la morte di persone amate che ti mettono di fronte alla fragilità umana: Francesco viene fatto prigioniero dai perugini nel 1202, Ignazio ferito gravemente a Pamplona nel 1521.

Nelle lunghe ore di solitudine e sofferenza, comprendono che la loro aspirazione è vera, ma indirizzata male ad aspirazioni troppo fragili e caduche. Anziché scoraggiarsi, letteralmente “alzano il tiro”, si convertono e orientano tutta la loro vita a Dio, nel modo che ha inciso profondamente nella storia del mondo e non solo in quella della chiesa. Non a caso il “capo” dei gesuiti si chiama: generale. E la loro compattezza granitica, nonostante le grandi aperture, dottrinarie e intellettuali, è proverbiale.

Francesco è anche il nome di uno dei primi e più grandi santi della Compagnia di Gesù. Francesco Borgia, duca di Gandia e viceré di Catalogna, uomo di stato e mistico, fu il terzo successore di Ignazio, preposito generale della compagnia dal 1565, ricordato per l’impulso all’attività missionaria proprio in Sudamerica, a partire dal Brasile.

Rivoluzionari e conservatori. Non condivido, come dicevo sopra, le generalizzazioni semplicistiche delle categorie binarie, soprattutto se applicate alla chiesa. Ci portano di solito fuori strada. Non si può applicare l’equivalenza al precedente conclave con il “sillogismo dell’elefante”: se Ratzinger, che è considerato conservatore, ha battuto nel conclave del 2005 Bergoglio, allora Bergoglio è automaticamente progressista. Anzi, su alcuni titoli ad effetto abbiamo letto: “rivoluzionario”.

Piano, il Papa della Pampa, se volete dipingerlo come un rivoluzionario, potete pure farlo, ma nel senso con cui lo hanno inteso e messo in pratica i grandi riformatori religiosi: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Bernardo di Chiaravalle. Ossia nella chiesa la riforma è costituita sempre dal ritorno alle origini, all’evento fondante, ossia l’Incarnazione della seconda persona della Trinità, alla semplicità evangelica.

In questo senso Bergoglio non deluderà le aspettative dei fedeli. Dopo Celestino V non ci sarà Bonifacio VIII, come si è temuto da parte di molti. È fin troppo facile dire ora: nomen omen. Francesco e basta non Francesco I, proprio perché è il primo e potrebbe anche restare unico. Vedere un gesuita mi ha dato soddisfazione, la sento come una storia di famiglia: ho frequentato la Gregoriana e anche se teologa dogmatica, ma laica e donna, mi è rimasto lo spirito di squadra e l’ammirazione che si ritrova tanto ben espressa da Erri de Luca, altro laico vagabondo come me, che ne ha descritto con entusiasmo e in dettaglio, perfino le impeccabili toilettes! Lo so che un’università, definita “fucina di papi”, non si giudica con il criterio degli ispettori della guida Michelin, ma dà la misura di quest’oasi di pace sovrumana al centro del centro più caotico di Roma, Piazza della Pilotta.

Lì ho imparato i criteri per gustare, ruminare e tentare di spiegare quello che “a pelle” ha affascinato tutti i fedeli riuniti a Piazza San Pietro, sotto la pioggia battente, o appiccicati a radio, PC e televisori in tutto il mondo.

Francesco, pare abbia subito detto ai confratelli: “che Dio vi perdoni!” E la frase è già entrata nell’agiografia del personaggio. Twittata o meno, dal cardinale Dolan di NY, comunque è credibile.

Primo non europeo, primo Francesco, primo gesuita, primo Argentino e così via nella scala dei primati. Forse anche primo “papa nero”, come quello atteso dalle profezie (che non si possono interpretare alla lettera, dato che nel gergo curiale i vertici della Compagnia di Gesù sono chiamati con questo appellativo, così come il responsabile di Propaganda Fidei è il “papa rosso”, a sintetizzare il grande ascendente di queste cariche sulla chiesa intera. Quello che interessa non è il Guinness, ma il fatto che per prima cosa abbia iniziato a pregare, anzi, a richiedere la preghiera dei fedeli su di sé, inchinandosi durante la silenziosa invocazione allo Spirito, che in una piazza roboante, con tifo da stadio e bandiere sventolate, ha immediatamente fatto scendere - o salire - il silenzio intenso del profondo raccoglimento che nasce da un cuore orante: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome…” Così come era prassi nella chiesa delle origini, quando l’assemblea dei battezzati esprimeva una sorta di “gradimento” rispetto agli anziani nella fede (presbiteri), che guidavano la comunità e ai sovrintendenti (episcopi) che coordinavano più comunità, tra quelle da loro fondate o da loro guidate.

Francesco non ha mai pronunciato la parola “papa”, ha detto semplicemente che Roma era rimasta senza il suo vescovo e i “fratelli” (non lorsignori) cardinali lo hanno preso dalla “fine del mondo”. Ho visto davanti ai miei occhi materializzarsi la Patagonia, la terra dall’altra parte del mondo e l’Argentina con le sue distese amplissime, i ghiacciai scolpiti con volute barocche, i laghi scintillanti, le praterie disabitate. Però ho visto anche materializzarsi un modo immediato di applicare, dopo una certa prolungata opacità, la luce radiosa dei princìpi del Vaticano II che i miei maestri gesuiti, che venivano anche loro, se non dalla fine, indubbiamente da tutte le più remote parti del mondo, mi hanno insegnato a conoscere, capire, apprezzare e poi amare.

Vescovo di Roma, significa: non monarca assoluto, non principe, ma primus inter pares. Parlare da e come vescovo di Roma significa rispondere all’esigenza di collegialità che viene dall’interno della cattolicità e all’esigenza di dialogo che viene da tutta la cristianità. In questo contesto riforme ci saranno, con il bisturi non con la clava, ma ci saranno. Un papa di famiglia religiosa è un papa abituato a vivere la vita comunitaria, a pregare insieme, a celebrare insieme, sicuramente più assembleare e meno autoreferenziale.

La speranza e l’auspicio è che scenda una nuova Pentecoste e che Francesco la possa davvero incarnare, facendo ciò che deve: il vescovo. E tutti sono pronti ad appoggiarlo, dentro e fuori la chiesa.

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