L'Eterno Ulisse

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Entronauti ieri e oggi

Ritratto di Piero Scanziani, 'Eterno Ulisse' del Novecento

L'articolo che segue è stato scritto da Edoardo Anton nel 1967. Ve lo riproponiamo in versione elettronica perché in modo sintetico ed efficace segna il ritratto di Piero Scanziani, giornalista, scrittore e mistico, 'eterno ulisse' del novecento, a cui bisogna riconoscere la paternità dell'espressione 'Entronauti', cercatori di dio. Un termine che oltre a dare il nome a questo contenitore, ha conferito un orientamento di senso all'intera rivista.

di Edoardo Anton, 3 Luglio 2012
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scanziani
"Piero Scanziani è di natura composita: ha il carattere d'uno studioso, l'anima di un artista e il cuore di un mistico"

Se lo incontrate in giro per l'Europa o alle Azzorre o in Terra Santa o a New York o in India - tutti luoghi che Piero Scanziani bazzica con una certa facilità - oppure lo vedete a Manchester, sereno giudice ad una esposizione canina, o anche se lo sorprendete nella sua casa ai Parioli, a Roma, intento a cercare un libro nella selezionata biblioteca o a nutrire i pesci giapponesi o a giocare con il premiatissimo bulldog o a guardare la collezione di cani in porcellana, non lasciatevi ingannare dal suo aspetto tranquillo, normale, da signore cortese, cui non è mai successo nulla d'eccezionale. La moglie, i figli ormai sposati, i nipoti, i mobili antichi del XVII secolo (il favorito), il gatto e il canarino cantore e lui stesso, il Piero Scanziani che vedete, sono soltanto l'espressione della sua biografia esteriore di svizzero di mezza età. È tutto vero. Tuttavia, nulla di più sbagliato di questa prima impressione. Come certe deità greche, Piero Scanziani è di natura composita: ha il carattere d'uno studioso, l'anima di un artista e il cuore di un mistico. Ma ha messo d'accordo, sia pure con grande fatica, i tre personaggi di cui consiste, nel solo modo in cui poteva riuscirgli: scrivendo.

Infatti, prima di scrivere, più che un uomo era un campo di battaglia sul quale s'azzuffavano contrastanti passioni: ma, cominciato a scrivere, e ne ebbe pudore fino ai trent'anni, divenne addirittura un uomo felice o forse è l'inverso: toccata la felicità, poté scrivere. Comunque ha confidato, una volta: "Sono uno dei pochi uomini felici viventi in Italia e forse in Europa". Nel senso della felicità, è un uomo che s'è fatto da sé. Dalla nascita, le vicende avrebbero potuto farne un disperato.

La sua storia esteriore, come dicevo, non ha aspetti avventurosi. Al contrario della sua storia interiore che è invece avventurosissima. Nato a Chiasso nel 1908, seguì i normali studi classici a Milano e subito fu rapito dal fascino della professione del padre: il giornalismo. Attenzione: è importante notare che si trattava di giornalismo svizzero (a Lugano) e perciò del più obbiettivo del mondo, come si sa. E proprio l'esercizio dell'obbiettività pareva, allora, a Piero Scanziani affascinante, poiché ancor giovane, scambiava l'obbiettività per la verità. Del resto alla "verità" giornalistica Scanziani doveva letteralmente giungere quando, durante la seconda guerra mondiale, da Berna radio trasmetteva i soli notiziari imparziali che si potessero ascoltare in Europa a quel tempo: e in Italia chiamarono quelle sue trasmissioni "la bocca della verità". Tuttavia, nonostante le soddisfazioni che poteva dargli un attivo giornalismo internazionale, Piero Scanziani sentiva affievolire, dentro, l'interesse per questa professione. Da tempo aveva cominciato a cercare altra verità che non fosse quella della cronaca: stava camminando a passi rapidi, da cacciatore, verso le verità della vita. Aveva scritto infatti La chiave del mondo, il suo primo libro; il titolo non lascia dubbi sulle intenzioni.

Tuttavia, e per più di dieci anni, Piero Scanziani scrive da narratore ossia cerca la verità nel dolore e nel riso umani, racconta storie di uomini e di donne (e, tra parentesi, di uno straordinario fanciullo). Ma dopo I cinque continenti, Felix, Libro bianco, una nuova rivoluzione scoppia nell'interno di questo singolare scrittore: è la scrollata di spalle del mistico che lascia gli altri e sale sulla montagna. E Piero Scanziani ci lascia, nel senso che non vuole più parlare di noi: vuole parlare a noi. Diviene perciò un saggista: Avventura dell'uomo, Millenni, Il nostro giorno, Bestiario, L'altra faccia.

Ma non è finita. Vi dicevo: quieto di fuori e avventuroso di dentro. Il lungo soggiorno sulla montagna della saggistica, provoca in Scanziani una certa nostalgia di uomini e donne, di facce, d'occhi, di calore. Ne ha bisogno, ma in modo diverso da prima. Vuole rimettere le mani sulla dialettica della vita, ma senza (perdonate l'espressione) sporcarsele toccando l'Uomo. È già chiaro come: scrive per il teatro. È un dramma, Alessandro. Chiama i suoi personaggi a vivere con lui sulla montagna, a fargli compagnia e li scrive. L'occhio del saggio gli serve a guardarli, il cuore dell'antico narratore a patire con loro e ad amarli.

Cosi nasce Alessandro e forse nasceranno altre opere di teatro. O forse la storia della sua avventura interiore, segreta e drammatica: la lunga lotta con l'angelo.

Poi, chissà, avremo altre sorprese. Non si può mai dire, con queste nature composite.

(Edoardo Anton, 1967)

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