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Miti e leggende

Antichi Riti della Sardegna, il carnevale dionisiaco

Diego Manca, scrittore e poeta sardo, ci dona un ricco excursus dedicato ai riti dionisiaci del carnevale in Sardegna, e ci racconta del suo incontro con l'etnologa Dolores Turchi, una delle massime esperte e studiose della materia.

di Diego Manca, 7 Marzo 2013
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“Se vuoi un Carnevale che non c'è ne un altro su tutta la terra vattene a Mamoiada che lo inaugura il giorno di Sant'Antonio: vedrai l'armento con maschere di legno, l'armento muto e prigioniero, i vecchi vinti, i giovani vincitori: un Carnevale triste, un Carnevale delle ceneri, storia nostra d'ogni giorno, gioia condita con un po’ di fiele e aceto, miele amaro” - Salvatore Cambosu, Miele amaro

Nel 2007, durante un convegno dedicato agli antichi riti della Sardegna, nella Sala Convegni del Pozzo Sacro di Santa Cristina a Paulilatino, ebbi la fortuna di conoscere una delle massime esperte e studiose della materia, l’etnologa Dolores Turchi. Ero stato invitato dagli organizzatori del festival DROMOS e dal giornalista Giacomo Serreli come autore del romanzo La donna delle sette fonti, denso di riferimenti all’acqua e al volto arcaico della Sardegna.

Già dagli anni Settanta Dolores Turchi aveva cominciato ad indagare sulle maschere sarde per comprendere quale fosse la loro origine, e già da allora, dopo alcune ricerche sul campo, era giunta alla conclusione che alla base dei carnevali tradizionali della Sardegna ci fosse un culto dionisiaco di cui si potevano ancora cogliere gli ultimi retaggi, per quanto banalizzati e replicati inconsciamente. Di questo culto restavano i segni attraverso la gestualità degli individui mascherati, l’abbigliamento, gli strumenti agricoli che si portavano dietro e sopratutto l’atteggiamento cupo e luttuoso, nonché la rappresentazione tragica di una morte e una rinascita simboliche. La chiave di lettura più evidente per la comprensione di questo lugubre rito veniva dalla linguistica che risolveva parecchi dubbi su alcune parole legate alle maschere isolane, come Maimone, Mamuthone, Orcu-Ocru, Urcu-Urtzu, Zorzi, ecc., ma il segno più evidente lo ebbe analizzando il termine “carrasegare”.

Nessuno fino ad allora aveva pensato al profondo significato di questa parola. Carrasegare, ovvero carre’e secare, nella lingua sarda ha un significato ben preciso, perché il termine carre, diversamente da petza, designa esclusivamente la carne viva ed in particolare carne umana. Pertanto la parola carrasegare rimandava chiaramente all’antico rito dionisiaco che consisteva proprio nel lacerare la carne viva, nel dilaniare i capretti e torelli nati da poco per rendere omaggio a quel dio bambino (su pitzinnu, come dicono a Bosa, dove il rito di smembramento è assai evidente) che era stato sbranato dai Titani. Quello stesso dio che da adulto si fa vittima e muore ogni anno per poi rinascere con la vegetazione. Queste analisi e numerosissime altre indagini legate a tradizioni, modi di dire, proverbi e leggende, portarono Dolores Turchi nel 1990 alla pubblicazione del libro “Maschere, miti e feste della Sardegna” (l’argomento era stato già anticipato un anno prima nella rivista “Sardigna Antiga” n° 5, “Dentro un Mamuthone c’è Dioniso”). Libro che destò molto interesse in tutta Italia, ma anche all’Estero.

Dolores Turchi, nell’articolo “Perché il carnevale sardo è dionisiaco”, (Bonaventura Licheri e le maschere del Settecento) pubblicato in “Sardegna Mediterranea” n° 19, Aprile 2006, pp. 3-10, afferma:

“La forma tragica e cruenta del culto dionisiaco superstite in Sardegna pare non sia stata sfiorata dalla religione orfica che lo aveva reso più mite in altre regioni, e questo ne denota l’antichità. Nella nostra isola penetrò sicuramente in tempi assai lontani, nella forma più primitiva e selvaggia, e tale si mantenne per decine di secoli, se ancora il Licheri poté vederlo in un aspetto tanto cruento. Ai suoi tempi tutte le maschere portavano ancora un carico di ossi di animali sulle spalle, con funzione apotropaica e rigenerativa che, agitati, faghen sonu ‘e matraca, producevano quel rumore tipico delle bàtole, dei crotali e delle tabelle usate durante la Settimana Santa. Tale rumore, a Cuglieri, pare fosse intensificato dalle conchiglie che usavano i cotzulados. Anche le maschere degli altri paesi sono definite dal Licheri con nomi particolari. A Ortueri le chiama maimones, cioè col nome generico che si dà a tutte le maschere, ma ad Atzara le definisce penitentes. Questo termine, più che nome proprio, sembrerebbe un epiteto suggerito dall’accostamento alle confraternite dei penitenti, visto che, come questi, portano con sé delle pietre, non in segno di penitenza, ma per provocare un rumore sordo, battendole tra loro. Le maschere di Cheremule sono chiamate sos impeddaos, mentre quelli di Austis vengono dette sos colonganos, il cui termine ha più o meno lo stesso significato. Infatti la radice кόλος in greco significa pecora e il termine potrebbe essere usato per indicare quelli che si vestono da pecora. Ad Austis, Tiana, Teti e paesi vicini le maschere sono dette is bestias de coli coli. Ma кόλος ha anche il significato di colui che viene percosso, mutilato, che soffre e riceve danno, perciò entrambi i significati si addicono alla vittima del carnevale che in questi paesi è chiamato anche coli coli”.

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Non può tralasciare di parlare delle maschere del centro Sardegna che in maniera evidentissima, in pieno Settecento, ancora replicavano i loro riti per un dio chiamato Maimone, di cui si ricordano ancora le invocazioni per la richiesta della pioggia. Un dio del quale ogni anno si rappresentava la passione che aveva subito prima di morire, attraverso la passione che si infliggeva a una vittima umana che solo all’ultimo momento, prima di essere gettata sul rogo, veniva sostituita da un fantoccio, spesso chiamato Zorzi (il fecondatore).

Questo dio (Dioniso Mainoles, divenuto col tempo Maimone) nelle loro esibizioni, ostentando ossi di animali che, secondo la credenza, avrebbero dovuto rigenerare nuova vita. Un rito propiziatorio di fertilità che ricordava antiche usanze presenti persino tra i Celti, come quel dio Thor che dopo aver mangiato la carne dei suoi capri ne riunisce gli ossi e questi riprendono a vivere (S. Sturluson, Edda, a cura di G. Delfini, Milano 1975). Leggende antichissime, che partivano da rituali di caccia per poi strutturarsi in forme religiose.

Un antica usanza di Aidomaggiore, sicuramente pre cristiana, era quella de “Su Maimone”. Nelle annate di siccità i ragazzi aiutati dai grandi realizzavano una specie di barella costituita da due canne incrociate ed al centro veniva sistemata una corona di piante di pervinca. Questo simulacro, che doveva rappresentare la divinità della pioggia (Maimone), veniva portato in processione per tutte le vie del paese. Lo stuolo di ragazzi cantava:

Maimone Maimone
Abba cheret su laore
Abba cheret su siccau
Maimone laudau.

(Maimone Maimone,
chiede acqua il frumento,
chiede acqua il campo secco,
Maimone sii lodato)

Al suono dei canti dei ragazzi, la gente veniva fuori dalle case e con dei catini aspergevano l’acqua sul Maimone e spesso bagnavano anche i ragazzi. L’ultimo “Maimone” è stato realizzato dai ragazzi con l’aiuto degli anziani, nell’annata 1999/2000 particolarmente asciutta. I ragazzi, molto numerosi, alcuni, con in testa corone di pervinca, hanno fatto il giro del paese con il Maimone. È stato un vero successo! Al suono del loro canto, le persone anziane sono uscite dalle loro case ed hanno rinnovato l’antico rito dell’aspersione dicendo: “isperamus chi Deus bos intendat! ” ed hanno offerto ai ragazzi caramelle e dolci, ai più grandi un bicchiere di vino. Alla fine della processione il Maimone è stato gettato nel ruscello (come si usava anticamente) per essere sommerso dall’acqua.

Un aspetto curioso è dato dalla particolare pianta che si usa per addobbare il Maimone, la pervinca, infatti in sardo questa pianta viene chiamata “Proinca”, termine che si avvicina al verbo “Proere”, cioè Piovere, per cui lo si potrebbe intendere come “pianta che fa piovere”.

Questo culto ha, certamente, radici molto antiche, risalenti al periodo nuragico, quando si facevano dei sacrifici umani per invocare la pioggia e, in seguito, con l’avvento del cristianesimo il sacrificato venne sostituito dal simulacro della divinità della pioggia che scaraventato nel ruscello muore per ridare nuova vita.

Il Prof. Mario Ligia nel suo “La Lingua dei Sardi” dice:

In tutta la Libia e Berberia “Amon” era il dio-ariete dell’acqua, ed ancor oggi, presso i Tuareg ed i Guanci delle Canarie,” amon”, “aman” significa acqua.

Che cosa voglia significare “Maimone” non è difficile da comprendere, se si tiene conto del significato delle strofe e di quanto sopraddetto: si tratta senza dubbio, d’una divinità pluvia e, precisamente dello stesso dio “AMON” libico-berbero, con la differenza che la radice del vocabolo sardo, per la presenza della vocale “i”, affonda le radici più indietro nel tempo, collegandosi direttamente con l’Asia Minore, risentendo della forma più antica, e non con l’Africa.

In ebraico la parola Maim (מים) significa “acqua”.

Come anticipato dalle parole di Salvatore Cambosu, il Carnevale di Mamoiada è certamente il più conosciuto e “Mamuthones” e “Issohadores” ne sono i protagonisti indiscussi.

I Mamuthones sono dodici e il loro corpo viene coperto da pelli di pecora nera (mastruca), mentre sulla schiena sono sistemati una serie di campanacci (carriga) e sonagli più piccoli al collo, una visiera per coprire il viso (perché è indispensabile che la loro identità rimanga celata), un fazzoletto femminile sopra il berretto e la mastruca al contrario. La loro danza ricorda più un lento claudicare: un passo a destra e uno a sinistra, un altro a destra un altro a sinistra, una serie ancora…fino ad eseguire tre rapidi saltelli su se stessi che agitano i campanacci, creando una monotonia ipnotica capace di incantare la mente degli spettatori.

Gli Issohadores invece sono otto, indossano un copricapo detto berritta, una maschera bianca, un corpetto rosso (curittu), camicia e pantaloni bianchi, bottoni in oro, una bandoliera di campanellini in bronzo (sonajolos), lo scialletto, le ghette in orbace (cartzas) scarponi in pelle ('usinzu) e infine la fune (so'a), una fune di giunco con la quale ogni tanto cercano di catturare qualcuno al laccio, creando scompiglio.

Il carnevale di Ottana, anch’esso molto conosciuto, è caratterizzato dai “Boes” e “Merdules”. Tutte e due i personaggi vestono di pelli non conciate, i Boes indossano visiere con aspetto animalesco e hanno corna su cui sono incisi simboli di buon auspicio (come la stella sulla fronte); le maschere dei Merdules, sebbene antropomorfe, fanno ghigni facciali non umani. I sorrisi sono irreali, i denti sono esageratamente ingigantiti, le parti del viso (mento, naso, occhi..) allungate sproporzionatamente. Appare interessante la figura della “Filonzana”, una maschera femminile (indossata da un uomo), che sfila per il corteo minacciando di tagliare il filo legato a una conocchia. Una sorta di Moira tutta sarda che delle tre personifica Atropo, la terribile divinità in grado di spezzare il “filo della vita” dei mortali.

A Gavoi, durante il giovedì grasso,“ Sa Jovia Lardajola”, un corteo di personaggi vestiti di velluto nero, “Sos tumbarinos”, agitano tamburi, organetti, triangoli, al fine di creare un baccano incredibile che anima le vie del paese. Si pensa che tale baccano serva a scacciare via il male e la negatività, aprendo una nuova fase della vita della comunità, sancita dal ciclo stagionale.

Ben rende la descrizione di Salvatore Cambosu sui “Thurpos” di Orotelli: “Partiti a cavallo alla prima alba, imbacuccati nei loro cappotti di orbace nero, con i cappucci puntuti rialzati sembravano gente di inferno”. letteralmente i “ciechi”,

Sos Thurpos” (“i ciechi”) di Orotelli invece vestono lunghi abiti di orbace con il cappuccio a punta calato sul viso e una corona di campanacci sul petto. Sos “Thurpos Boes” sono tenuti a bada da su “Voinarzu”, che cerca di imporre loro la sua autorità, in una relazione che riecheggia il rapporto ancestrale tra uomo dominante e animale dominato. Ogni tanto i Thurpos catturano gli spettatori, costretti a correre o saltare con loro, a cui poi viene offerto da bere (il martedì grasso) o preteso (il giovedì grasso).

La misteriosa figura de “s’Urzu”, per cui si cercano traduzioni possibili con “orco” (che rimanda a Plutone, divinità dell’Ade,) o addirittura “orso” (sebbene questo animale non sia mai stato presente nella fauna sarda) caratterizza il carnevale di Samugheo, di Fonni e di Ula Tirso.

A Samugheo, s’Urtzu indossa una testa di caprone con lunghe corna, una intera pelle di caprone nero e un fazzoletto nero da donna per coprire il capo. Viene soggiogato da “Su Omadore” e ucciso simbolicamente dai “Mamutzones”, che indossano un particolare copricapo di sughero detto “casiddu” e una veste di velluto nero su cui ricade una pelle di capra, abbellita da campanacci sia davanti che dietro. Essi si muovono in corteo saltellando e mimando combattimenti e danze.

Anche s’Urzu di Fonni cerca di sfuggire ai suoi due domatori, i “Buttudos” con arrampicate da brivido e corse spericolate.

La maschera di s’Urtzu di Ula Tirso è legata e sorvegliata dai “Domatores” e dai “Bardianos”. Viene ripetutamente colpita con bastoni da cui si protegge con un pezzo di sughero nella schiena, “sa zippia”. Sotto le pelli porta una vescica da cui all’occorrenza fa sgorgare vino per simulare il sangue. Per tutto il periodo di carnevale s’Urtzu viene portato in giro per le case per la questua ma mai fatto entrare perché si ritiene che porti con sé la scomunica. Egli ricopre il ruolo di “capro espiatorio”, in grado di farsi carico di tutti i mali della comunità, compresa la siccità. Oltre a Urtzu, “Domatores e Bardianos”, è presente “Maskinganna”, il diavolo, che spaventa gli uomini sotto le sembianze di capro o pecora. Una curiosa credenza ritiene questo demonio responsabile delle gravidanze indesiderate delle donne del paese.

Il carnevale di Lula inscena un complesso rituale di morte e resurrezione che ha come protagonista indiscusso “su Battileddu”, anch’egli vittima destinata al sacrificio per propiziare il ritorno della fertilità dei campi attraverso il sangue. Un corteo funebre struggente è quello che segue questa maschera, composto da altri “Battileddos” che piangono, urlano e fanno baciare piccole bambole di pezza agli spettatori.

Bambocci vengono pianti e ostentati anche nel Carnevale di Bosa. Il "martedì grasso" rappresenta il culmine dei festeggiamenti. S’inizia la mattina con il lamento funebre de “S’Attittidu”. Le maschere indossano il costume tradizionale per il lutto: gonna lunga, corsetto e ampio scialle nero; ogni maschera porta in braccio una bambola di stracci o qualcosa di simile che spesso ha un riferimento al sesso. Le maschere, con voce in falsetto, emettono un continuo lamento, “S’Attittidu” appunto, e chiedono “unu Tikkirigheddu de latte” (un goccetto di latte) per ristorare il bambino che è stato abbandonato dalla madre dedita ai bagordi del Carnevale. La notte del martedì tutti indossano la maschera tradizionale bianca (solitamente un lenzuolo per mantello e una federa per cappuccio), per cercare il “Giolzi Moro”.

Il “Giolzi era, ed è, la caccia al Carnevale che fugge e si nasconde nel sesso; i Giolzi cercano Giolzi illuminando con un lampioncino la parte puberale delle persone che incontrano gridando: “Giolzi! Giolzi! Ciappadu! Ciappadu!” (Giolzi! Giolzi!L’ho preso! L’ho preso!). La festa si conclude con i roghi che bruciano enormi pupazzi nelle vie e nelle piazze del centro della città.

Oltre alle maschere, meritano un approfondimento i numerosi fantocci che vengono bruciati a fine festeggiamenti: “Juvanne Martis Sero” a Mamoiada, “Zizzarrone” a Gavoi, “Don Conte” a Ovodda, “Su Ziomo” a Lodine, “Giolzi” a Bosa. Simboli della rigenerazione che passa attraverso la morte, seguendo un ciclo naturale che si ripete fino alla fine dei tempi.

Altre maschere popolano i festeggiamenti dei paesi dell’interno: i “Bundos” di Orani, con grandi visiere di sughero e il forcone in mano, il cui nome riconduce al vento (indispensabile ai contadini per separare la pula dal grano), “pro ‘entulare”; le figure del carnevale di Ollolai di “Su Turcu”, “Sa Maritzola”, “Maria Fresada”, “Maria Ishoppa” ,“ Sa Mamma ‘e Su Sole”, “Su Caprarju”; la maschera “a gattu” di Sarule, con le gonne del costume al rovescio, un velo nero sul viso, una copertina bianca come copricapo e una fascia rossa in testa; “Sos Murronarzos”, “Sos Maimones”, Sos Intintos” di Olzai; i “Maimones” di Oniferi; “Sos Corriolos” e “Sa Maschera ‘e cuaddu” di Neoneli; le “Mascheras nettas e bruttas” di Lodè, “sos Corrajos” di Paulilatino e tanti altri.

Inoltre si stanno riscoprendo molte altre maschere: è il caso dei “Cotzulados” di Cuglieri, affascinanti nei loro abiti di conchiglie e nel mono-corno sulla fronte.

Dei “Colonganos” di Austis, vestiti di pelli, ossa e rami di corbezzolo; de “su Corongiaiu” di Laconi.

Il Carnevale si chiude infine il mercoledì delle Ceneri a Ovodda, con una vera e propria anarchia di festeggiamenti indifferenti all’inizio della quaresima e alla conseguente esigenza di penitenza da parte del clero.

Foto e video di Daniela Piu

2 lettori hanno commentato questo articolo commenta commenta anche tu
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10 Marzo 2013 13:26, Antonio ha scritto:
Nel portale culturale di Mamoiada www.mamoiada.org vi è una autentica "enciclopedia" sulle maschere. Numerosissimi interventi su tesi e studi.
9 Marzo 2013 21:41, graziamanca ha scritto:
è afascinante ...ho gia fatto qualche ricerca sulle MASCHERE SARDE...semplicemente magiche...ho dipinto piu volte i BOES e MERDULES .e sapere da quanto lontano viene questa magia è tutt'altra cosa ,che vederle vive a CARRASECARE ,uniche ,spaventose ma stupende ...ricche di energia ................

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