L'Eterno Ulisse

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Miti e leggende

Glauco e Scilla: un amore non corrisposto

Vi proponiamo il racconto della tragica storia d'amore di Glauco e Scilla, nella versione narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, che per la sua drammaticità ha catturato l'immaginazione di numerosi artisti.

di Emanuela D'Ignazio, 26 Gennaio 2015
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Glauco e Scilla (1582) di Bartholomaeus Spranger

Un racconto mitologico, potremmo dire minore, che per la sua drammaticità ha catturato l’immaginazione di numerosi pittori ed artisti è quello di Glauco e Scilla, nella versione narrata da Ovidio nelle Metamorfosi.

“Non sono un mostro né una bestia feroce, o vergine, ma un dio dell’acqua […], prima però ero un mortale, ma a dire il vero il profondo mare era già il mio mondo”. Con queste parole Glauco si presentò alla ninfa Scilla, la cui sola vista mosse in lui un desiderio di passione. Quello che alla ninfa impaurita appariva come un mostro marino con la coda da pesce, busto umano e una barba dai riflessi verdi come fosse di bronzo, non molto tempo prima era un giovane pescatore della Beozia.

Si racconta infatti che un giorno, a seguito di una proficua giornata di pesca, Glauco stese le reti su un prato vicino alla costa; improvvisamente i pesci intrappolati nella rete cominciarono a muoversi all’unisono fino al punto di rituffarsi in mare. Il giovane pescatore, non potendo credere a quello che i suoi occhi avevano appena visto, si interrogò circa il potere racchiuso in quei fili d’erba. Così, spinto dalla curiosità, prese un filo d’erba e lo assaggiò: in quel momento il succo misterioso mosse in Glauco il desiderio di tuffarsi in acqua e in quel preciso istante anche il suo aspetto mutò, assumendo così le sembianze di un dio marino.

Ma purtroppo quell’orribile aspetto spinse Scilla a fuggire da quel mostro.

Con la ferita d’amore ancora sanguinante, Glauco si recò subito dalla maga Circe per chiederle una pozione d’amore che potesse far tornare da lui quella stupenda Ninfa conosciuta sulle spiagge italiane di fronte alle mura di Messina. La maga, però, gelosa dell’amore che Glauco nutriva per Scilla, cercò di sedurlo invano. Incapace di accettare il rifiuto, Circe preparò una miscela con la quale avrebbe potuto compiere la sua vendetta.

Recatasi nella caletta in cui Scilla era solita rifugiarsi, contaminò le acque con la sua miscela di erbe e lanciò l’incantesimo.

Quando la Ninfa si immerse per fare un bagno iniziò a vedere intorno a sé cani latranti dai quali inutilmente tentò di fuggire, poiché quei musi da Cerbero erano nati dai suoi stessi stinchi e dai suoi piedi.

A vedere la sua bella ninfa trasformata in un mostro orribile Glauco pianse, mentre Scilla sarebbe rimasta per sempre in quel posto covando un profondo odio per colei che le aveva rovinato la vita.

Così alla prima occasione Scilla sfogò il suo odio per Circe, privando il prode Ulisse dei suoi compagni.

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