L'Eterno Ulisse

Itinerari insoliti nel grande mare della conoscenza

RSS FaceBook

Percorsi di Guarigione

La donna delle sette fonti. Riflessioni kabbalistiche - Seconda Parte

'La donna delle sette fonti', di Diego Manca, è un viaggio nella Sardegna più viva dei boschi di querce e lecci, delle fonti e dei pozzi sacri. Un racconto di guarigione spirituale oltre che corporea. Angelo Da Fano, nell'articolo che segue, rintraccia in questa storia alcuni elementi comuni alla visione kabbalistica della vita.

di Angelo Da Fano, 11 Febbraio 2013
TAG  kabbalah  acqua  guarigione  

donna sette fonti
"Ci curiamo innescando l’effetto guaritivo con la consapevolezza del sé" (Foto: Flickr)

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL'ARTICOLO

Nella Donna delle Sette Fonti (di Diego Manca, Ed. Condaghes, 2007, ndr), non ci curiamo attraverso il contatto fisico con l’acqua, ma innescando l’effetto guaritivo con la consapevolezza del nostro sé, riconoscendo il nostro ruolo e avendo il coraggio di porci in gioco e di risalire la scala, gradino per gradino.

«Non basta!» fu la risposta di Tia Nanna. «Ti devi impegnare! Se stai facendo sul serio, devi tornare all’albera e le devi promettere che t’impegni a guarire. Va’!» (D. Manca, La Donna delle Sette Fonti, p. 38)

Non solo ci dobbiamo impegnare nella volontà, nell’intenzione che mettiamo nelle cose: nella Kabbalah, la santità della vita va trovata in ogni nostro atto. Ogni cosa è importante e degna di rispetto. Ogni atto è fondamentale e va vissuto nel momento.

«Devi imparare ad apprezzare e a trattare con rispetto le cose che mangi», continuò Tia Nanna. «Quando tocchi i ravioli, o un pomodoro, o una foglia di basilico, o un pezzo di pane oppure bevi un sorso d’acqua, pensa che sono tutte cose che ti fanno vivere, che fanno vivere te». (p. 44)

Tia Nanna continuò a mettere i ravioli nell’acqua bollente, con tale concentrazione e attenzione che sembrava si fosse dimenticata di lei. (p. 45)

Non esistono attività meno importanti: santificare ogni nostro atto significa fare il nostro lavoro con coscienza. Questa è una delle intuizioni più profonde della Kabbalah: ogni cosa nella vita ha un senso, perché ogni cosa è stata creata per un motivo, secondo un progetto. Per questo nell’ebraismo ogni precetto è minutamente descritto, è un’azione consacrata. La ricerca della perfezione è sempre presente in chi segue questa via.

Le spiegò allora che se non faceva bene un lavoro, significava che non stava rispettando se stessa, poiché non ci sono lavori belli o brutti e che anche lavando i piatti lei era sempre lei. Cercare di svolgere qualunque attività il meglio possibile era un modo per rispettare se stessa: è questo che doveva capire, ad ogni costo. (p. 91)

«I cuochi a volte preparano male un piatto di fagioli e invece preparano con attenzione un piatto di aragosta», le disse un giorno Zia Rosaria, vedendola sbucciare svogliatamente delle patate. «Devi imparare a preparare qualunque cibo con il massimo impegno e attenzione. Diversamente, anche se non te ne renderai conto, avrai la tendenza a umiliarti con chi ritieni superiore a te e a trattare con sufficienza chi consideri inferiore.» (p. 136)

sardegna
(Foto: Flickr)

E per cambiare, Antonietta deve iniziare cambiando il suo nome in Maria. Perché Maria è il nome che rappresenta il suo “io”.

«Ti volevo dire che da ora, per tutti, lei è Maria!» le disse Tia Nanna. (p. 47)

Il leggendario kabbalista del sedicesimo secolo, Arizal [1], diceva che la natura essenziale di una persona poteva essere scoperta analizzandone il nome. Ricordiamo che il nome ebraico per la parola “anima” è neshamà, che a sua volta contiene la parola shem, “nome”: l’essenza è contenuta nel nome. È come un recipiente che è definito dal suo contenuto: se è vuoto, diciamo: «passami quel recipiente», ma se contiene del latte, diciamo: «passami il latte».

Nell’ebraismo, quando una persona è malata, è in uso dargli un nome aggiuntivo, come buon auspicio. Ad esempio Chaim, vita, o Rafael, curato da Dio. E, nella Bibbia, ogni volta che un personaggio cambia nome, è un segno di trasformazione spirituale: è come se fosse rinato.

Il Popolo della Torah è il Popolo che segue le vie indicate dal Nome. Iddio è HaShem: il Nome. Adamo conosce e ha potere sugli animali perché gli dà un nome: il cane è chelev, tutto-cuore, mentre il leone è aryeh, che incute timore e la cicogna è chasidà, amore.

Tia Nanna le rispose che era una pianta di leccio e le annunciò che, ora che sapeva come si chiamava, poteva andare a piantarla in un posto speciale, poiché quella pianta sarebbe stata la sua amica per tutta la vita. (p. 73)

sardegna
"E chi è Maria? Maria è Miriam, che significa acque amare" (Foto: Flickr)

E chi è Maria? Maria è Miriam, che significa “acque amare” ma che, permutando le lettere, si può leggere “acque elevate”, mentre nell’etimologia egizia significa “la madre del mare”. Miriam è quindi legata alle acque: nel deserto, infatti, è colei che disseta il popolo con il suo pozzo, al punto che, alla sua morte, Mosè dovrà colpire la roccia, per trovare dell’acqua. Inoltre, come donna, Miriam è legata alla praticità, alle incombenze giornaliere, all’hic et nunc. È singolare l’episodio dell’inno al mare, intonato da Mosè appena attraversato il Mar Rosso. Anche Miriam e le altre donne celebrano la gloria del Signore per ciò che è appena avvenuto e, mentre nel suo canto, Mosè usa il verbo futuro, Miriam usa il presente: il maschile è legato alla progettualità, il femminile è calato nel momento.

Ed è l’acqua che guarisce, l’acqua, che in ebraico si dice maim, mentre cielo è shamaim, ovvero le acque lassù. Il Creatore divise le acque “di giù” dalle acque “di su”, perché all’origine tutto era acqua. Dall’acqua si è formata la vita, tanto che un bimbo nasce con la rottura delle acque; il diluvio purifica la terra; gli Ebrei attraversano le acque del Mar Rosso per uscire dalla schiavitù. L’attraversamento delle acque riguarda sia il trapasso sia il vedere la luce. Ed è il pozzo che riunisce le acque di su, piovane, con le acque sotterranee della terra: le acque superiori rappresentano la saggezza e quelle inferiori l’emotività.

“Pozzo” in ebraico è beer, stesse lettere [2] di barà che significa “creò”, la seconda parola della Torah, da cui deriva briut, “salute”. Guarire è come essere rigenerati, ricreati. La salute, quindi, è legata all’Inizio, ma anche al pozzo, nel senso che, collegando costantemente il basso con l’alto, il creato con la fonte creativa, si ottiene il benessere.

Il pozzo di Miriam è il simbolo della sapienza. Il grande kabbalista Arizal non mise mai per iscritto il suo sapere: fu il suo discepolo rabbi Vital [3] a trascrivere le sue lezioni. Ma all’inizio non riusciva a capire nulla di quello che il maestro gli insegnava. Allora l’Arizal lo portò a bere l’acqua del pozzo di Miriam presso Tiberiade e, da allora, rabbi Vital fu in grado di comprendere ogni insegnamento e di trascriverne le parole.

Il pozzo è saggezza, perché l’acqua è legata alla verità: maim si scrive in ebraico con la lettera mem (מ), che è la lettera al centro dell’alfabeto ebraico, mentre verità si dice emet, che si scrive אמת, dove la prima lettera da destra [4] è l’alef, prima lettera dell’alfabeto, la terza è la tav, ultima lettera dell’alfabeto, e al centro c’è la mem. L’alef rappresenta l’Uno, il Divino, lo spirituale, mentre la tav è il terreno, l’esistente, la materia; la mem è al centro, come il perno della bilancia. Se togliamo da questa parola il terreno, cioè la tav, otteniamo אמ, che si legge em e significa madre, ma anche origine e utero, cioè il Soffio Divino che ha partorito l’uomo; e se togliamo il collegamento col Divino, cioè l’alef, resta מת, met, che è morte. Non c’è vita senza verità e non c’è vita senz’acqua.

È significativo che la Torah sia detta “Insegnamento di Verità”, ma anche “Sorgente di vita” e “Acqua di vita”.

Note

1. Rabbi Isaac Luria (1534 – 1572), conosciuto anche come il santo Ari, il santo leone, è considerato tra i maggiori e più celebri pensatori del misticismo ebraico. Esponente della scuola kabbalistica di Safed, fu l’iniziatore della Kabbalah Lurianica, la cui influenza è ancora preponderante nelle correnti del mondo ebraico, senza eccezioni.

2. L'ebraico scritto non ha vocali, queste sono inserite mentalmente da chi legge, a seconda del contesto. Per cui, “parole con stesse lettere” significa parole con uguali consonanti. Inoltre, a differenza che in italiano, parole con uguali consonanti hanno significati legati tra loro.

3. Rabbi Chaim ben Yosef Vital (1543 - 1620) fu uno dei maggiori esponenti della scuola kabbalistica di Safé. Allievo prediletto del Santo Ari, gli successe alla sua morte e cominciò a scrivere tutto quello che aveva imparato dal suo maestro.

4. L’ebraico si legge da destra a sinistra.

Continua sul n.3 de L'Eterno Ulisse

Abitare In Salute
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter!
Email

abbonati!

Copertina Eterno Ulisse