L'Eterno Ulisse

Itinerari insoliti nel grande mare della conoscenza

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I sentieri della memoria

La maestra dalla “grande bocca”

All’inizio delle persecuzioni razziali venne promulgata una legge che toglieva ai figli di ebrei il diritto allo studio e l’accesso alle scuole pubbliche. «Non potevo più studiare. Ero allontanato dai miei compagni di scuola. Perché ero rifiutato? Che cosa avevo fatto? Colpa mia? Colpa di chi? Il pensiero successivo fu: che cosa farò adesso? (…) Cosa mai potrò fare da grande se non ho studiato?». Inizia così il viaggio a ritroso nel tempo nel quale Emmanuel Anati magistralmente ci accompagna rivisitando pagine di memoria che lo riguardano e che “ci riguardano”. Per la prima volta, mettendo insieme brandelli di ricordi, questo insigne ricercatore ripercorre i solchi lasciati nell’anima da una “maestra dalla grande bocca” la cui inerzia - nella sofferta rielaborazione di un bambino - ha generato in lui un dirompente moto di ribellione ed una irrefrenabile voglia di riscatto…

di Emmanuel Anati, 27 Gennaio 2015
TAG  ebrei  memoria  olocausto  storia 

giuggioli
Giuliano Giuggioli, Uscita di scuola, 1997 - olio su tela – cm. 100x70

IL TRAUMA DI UN BAMBINO

Un giorno come gli altri, mia madre mi accompagnò a scuola, parlò con la maestra e poi mi chiamò e mi disse: “Saluta i tuoi compagni, torniamo a casa. Da oggi non vai più a scuola”. Ero già seduto al mio banco. Mi alzai e mi avvicinai a mia madre. La maestra stava a guardare e non mi disse una parola. Era lì a bocca aperta e non diceva niente. Era l’autunno del 1938. Uscimmo dalla scuola, Attraversammo il cortile, varcammo il cancello. Avevo freddo. Mi sentii a disagio avendo addosso il grembiule nero degli alunni che non mi spettava. Non ero più come gli altri.

Era l’inizio delle persecuzioni razziali e veniva promulgata una legge che toglieva ai figli di ebrei il diritto allo studio e l’accesso alle scuole pubbliche. Non potevo più studiare. Ero allontanato dai miei compagni di scuola. Perché ero rifiutato? Che cosa avevo fatto? Colpa mia? Colpa di chi? Il pensiero successivo fu: che cosa farò adesso? Forse dovrò morire. La mia vita si chiude qui? Se vivo e divento grande, sarà una disgrazia, cosa mai potrò fare da grande se non ho studiato?

Non avevo mai desiderato di andare a scuola come in quel momento in cui ne venivo escluso. E poi pensai all’affronto che mi faceva la maestra: ero affidato a lei e lei mi aveva rifiutato. Negli anni mi tornarono alla mente quell’evento e quei pensieri come un chiodo fisso. Continuavo a chiedermi: Perché? Perché?

Tornammo a casa e mi sentii solo, anche se avevo accanto a me mia madre e i fratelli minori. Forse è stato l’unico momento della mia vita in cui ebbi una vera angoscia della solitudine. La cartella di scuola era poggiata su una sedia, era divenuta inutile. Io girovagavo per casa come sperduto. Poi mi misi a osservare dalla finestra le persone che passavano per la strada. Le vedevo come se appartenessero a un mondo diverso. Le vedevo come se fossero esseri immateriali.

Tornai nella mia camera, sedetti davanti al tavolo, dove fino a quel giorno avevo preparato i compiti. Tolsi tutti i libri di scuola. Fu una decisione improvvisa ma solenne. A otto anni si chiudeva un capitolo della mia breve esistenza. Accantonai libri e quaderni. Presi dei fogli bianchi e me li misi davanti.

Osservavo i fogli puliti, vuoti da ogni segno o scrittura. Mi chiedevo cosa avrebbero fatto tanti bambini che quel giorno avevano subito la mia stessa offesa: ve n’erano almeno cinque nella mia scuola. Cercai di ricostruire il funzionamento dell’evento. Una legge di stato e la sottomissione ad essa del preside e dell’insegnante, avevano provocato questo trauma in me e certamente in altri bambini. Era un’aggressione premeditata e non provocata. Il perché mi sfuggiva. Colpa di chi? Colpa mia?

Nessuno si era opposto, neppure la maestra. Tutti erano d’accordo. Tutti gli altri seguivano la legge. Una legge contro i bambini. Io non seguivo più niente. Io ero fuori legge. Anche mia madre non aveva potuto opporsi. Ero veramente solo. In cosa consiste la giustizia? Può esserci una giustizia ingiusta? Mi chiesi come e perché si fanno le leggi? Le leggi sono fatte da chi comanda. I bambini che non vogliono andare a scuola sono obbligati ad andarvi ed io sono obbligato a non andarvi.

Le parole di mia madre non mi consolavano. Diceva che non ero solo, tutta la famiglia era perseguitata, e con noi altre famiglie. Dovevamo restare uniti e avere speranza. Erano parole di consolazione che non mi consolavano. Speranza? Ma quale speranza?

Osservavo i fogli bianchi e immaginavo delle figure. Vi cercavo qualcosa, aspettavo che immagini miracolose si formassero da sole. Ma i fogli rimanevano bianchi. Poi presi in mano una matita e disegnai la maestra: un mostro con una enorme bocca aperta, con le mani e i piedi attaccati al corpo, ma senza braccia e senza gambe. La maestra non aveva creato le leggi, ma ne era l’esecutrice. Era per me il simbolo di ciò che mi accadeva. Aveva la bocca grande e vuota, e mancava di braccia e di gambe.

COME SUBIRE E SOPRAVVIVERE

Seguirono eventi ben più gravi che si sovrapposero a questo primo indelebile affronto. Vennero a perquisire la casa. Uno vestiva un impermeabile grigio, l’altro era vestito di nero. Rovistarono nelle varie stanze, anche in camera mia, toccavano tutto e avevano le mani sporche. E noi stavamo a guardarli senza dire niente. Fecero un gran disordine. Non so cosa cercassero nei cassetti. Si portarono via la radio. Non avevamo diritto di ascoltare le notizie e neppure la musica. Perché?

Poi ci venne vietato di avere servitù. La casa si svuotò. Scomparvero le due donne che accudivano la casa e la cucina, la donna che veniva a lavare e stirare il martedì e il venerdì, che ci portava i dolcetti che faceva a casa sua, la Fräulein che ogni pomeriggio si occupava di me e di mio fratello Andrea, di noi “ragazzi grandi” (8 e 6 anni), per insegnarci le lingue (tedesco e francese) e farci fare i compiti, e della Tata che accudiva il fratellino piccolo, Gabriele (1 anno). Mia madre, incinta e con tre figli, si trovò a gestire da sola una grande casa. Il fratellino Gabriele piangeva sempre, non voleva restare solo e requisiva mia madre che non poteva lasciarlo, portandoselo dietro anche quando dormiva.

Mia madre dovette abbandonare il pianoforte al quale, prima, dedicava diverse ore al giorno; era inesperta dei lavori di casa, ma dovette presto imparare. Ci ascoltava ma non sapeva o non voleva rispondere alle nostre domande. Era divenuta più dura. Imponeva che fossimo tutti riuniti a tavola, a pranzo e a cena, anche quando c’era poco da mangiare, e potevamo alzarci solo con il suo permesso. Quando diceva “a letto”, andavamo a dormire. Mio padre aveva l’anima dell’artista e non si occupava di cose del genere. Tornava a casa la sera per cena e per darci la buona notte.

A parte i momenti di unione familiare dei pasti, salvo un periodo in cui frequentai un’estemporanea scuola ebraica, io restavo chiuso in camera mia per giornate intere. Avevo passato a mio fratello Andrea, che stava appena imparando a leggere, i miei libri di scuola e quelli per ragazzi che avevamo in comune. Per me rappresentavano un capitolo chiuso. Egli li considerava un tesoro acquisito, sedeva per terra, sul tappeto e li sfogliava con passione.

Io leggevo vecchi libri della biblioteca, ossia della stanza chiamata “lo studio”, scoprendo l’Iliade e l’Odissea, la Bibbia, ed anche Giovanni Boccaccio, Mille e una notte e i meravigliosi racconti di Giulio Verne. Erano libri illustrati da Gustave Doré e da altri egregi incisori e le figure stimolavano la mia immaginazione. La lettura spingeva a fantasticare. Lasciavo libera la mente di vagare sui mari, alla scoperta d’isole ignote con animali fantastici e popolazioni di giganti o di nani. Pensavo di navigare sulla nave Argo con gli argonauti, e immaginavo altre avventure con gli eroi della mitologia greca. Inventavo inedite forme di Olimpo e di paradisi danteschi, dove vi fosse posto anche per i figli di ebrei.

Un giorno, ricordo, ebbi un attimo di felicità, acquisendo la coscienza del piacere che provavo guardando e leggendo questi libri, un piacere che le letture scolastiche non mi avevano mai dato. Creavo antidoti al senso di persecuzione e all’offesa subita dalla maestra.

Mio padre dovette cedere la “Domus”, l’azienda di architettura che aveva assieme a mio zio, perché, secondo le nuove leggi, come ebrei, non doveva possedere un ente commerciale e avere dipendenti. Aveva la passione del modellismo, ma era un’attività di ripiego, che non aiutava la famiglia a vivere e che lo vedeva rinchiuso per ore nella solitudine del suo studio trasformato in laboratorio. Anche lui si era chiuso in se stesso.

Avevo vissuto i primi brevi anni della mia vita credendo che tutto fosse stabile e sicuro, e invece stavo scoprendo il senso d’incertezza e d’instabilità. Non sapevamo quali sorprese ci avrebbe riservato il giorno successivo. La situazione della nostra famiglia non era sostenibile a lungo. Mio padre e mia madre ne parlavano. Pensavano al graduale indirizzo verso uno stato di semi-schiavitù, che avrebbe tolto agli ebrei, facile preda perché piccola minoranza ma benestanti, i loro patrimoni e li avrebbero costretti a lavori umili, servizi che non richiedessero istruzione. Eravamo in costante ansia, cercando d’immaginare dove volessero condurci le crescenti restrizioni, senza tuttavia avere sufficiente immaginazione per intuire gli intenti della “soluzione finale” dello sterminio.

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Giuliano Giuggioli, La Libertà, 70x50

E VENNE LA GUERRA

Dopo un periodo in cui fascismo e nazismo erano gloriosamente esaltati come instauratori del nuovo ordine mondiale e padroni del destino dell’umanità, scoppiò la seconda guerra mondiale. Il cibo venne tesserato, accessibile con una tessera che le famiglie ebree, a un certo punto, non ricevettero più. Potevamo acquistare solo quanto non era tesserato: verdure e poche altre cose a un mercato sempre più povero ma olio, burro, carne, uova, solo al mercato nero che evadeva l’appalto, quando capitava. Mio padre non lavorava, noi ragazzi non andavamo a scuola. Nulla ci tratteneva in città. Lasciammo la dimora fiorentina e, dopo una sosta in una pensione fuori città, ci trasferimmo in una casa di campagna in Chianti, in una località chiamata Campoli. Olio e vino erano della cantina, le uova venivano dal pollaio, il latte lo forniva un podere vicino e il pane era fatto da mia madre ogni venerdì, nel grande forno a legna che avevamo nell’aia.

La solitudine della campagna era più gradevole della solitudine di città. Lì cominciai a scoprire il piacere di scrivere. A 12 anni passavo ore a scrivere. Scrivevo pensieri, racconti ed anche poesie. Guardavo dalla finestra i miei fratelli più giovani giocare tra gli alberi e poi tornavo alla sedia di legno che avevo in camera, davanti al mio tavolo, e aprivo il serbatoio dei miei pensieri. In tutti quei mesi, quando ero solo, non ricordo di aver mai avuto il senso della solitudine.

Quando mia madre chiamava per il pranzo o la cena, sedevo con tutti a tavola e ascoltavo i discorsi. C’erano anche la nonna e lo zio, fratello di mia madre. Forse, qualche senso di solitudine l’ho avuto quando gli altri parlavano di cose che non m’interessavano: commenti sulle notizie. Il giornale “La Nazione” arrivava a casa ogni tanto: vittorie e sconfitte, El Alamein e Giarabub. Mio zio organizzò un nucleo di partigiani e si dileguò. Lo rivedemmo saltuariamente e poi dopo la liberazione.

Una sera venne un uomo in bicicletta ad avvisarci che all’alba ci avrebbero presi per mandarci in Germania, in campo di concentramento. Questo brav’uomo, che doveva essere un carabiniere in borghese, ci consigliò di scappare e ci salvò la vita. Ero a letto con la febbre e mia madre mi aiutò a vestirmi. Durante la notte prendemmo sulle spalle quello che potevamo portare e, sotto la pioggia, lasciammo la casa, diretti nei boschi dell’Appennino toscano. Persi una scarpa nel fango e nel buio non riuscimmo a ritrovarla. Dovevamo scappare. Non c’era tempo di cercarla. Rimasi senza scarpe, avvolgendo i piedi bagnati con degli stracci. Solo dopo settimane riuscii ad avere nuovamente un paio di scarpe.

Da una collina sovrastante osservammo, all’alba, l’arrivo di una camionetta e due camion. Scesero dei soldati, circondarono la nostra casa, sfondarono la porta e non trovarono nessuno. Noi continuammo a scappare verso le montagne. Trovammo un casolare isolato, in parte diroccato, in una riserva di caccia, dove sostammo per oltre un mese. Per il guardia-caccia eravamo sfollati dai bombardamenti. Ci sistemammo per dormire sul fieno. La sera, al tramonto, nel bosco, osservavamo i fagiani che sceglievano il proprio ramo per passarvi la notte. Anche loro non avevano casa e ci chiedemmo se ogni sera scegliessero un ramo diverso.

Questa sosta fu improvvisamente interrotta dalla visita di un venditore ambulante che ci riconobbe. E riprendemmo a scappare, ancor prima che egli potesse tornare in paese col suo asinello carico di mercanzie, a raccontare dove ci trovavamo. Più tardi apprendemmo che due giorni dopo arrivarono i miliziani a prenderci, ma noi eravamo già lontani.

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Carlo Carrà, Ricordi d’infanzia, 1916

I TEMPI DELLA MACCHIA

Dormivamo in capanni di caccia e in baite abbandonate, Mio padre, da architetto si era trasformato in manovale e sistemava le strutture con le sue mani per renderle agibili. Non c’era scampo. Dovevamo sopravvivere senza previsioni per il futuro. Furono tempi di solitudine del clan familiare, sui quali si potrebbero scrivere molte pagine. Eravamo chiusi in noi stessi evitando al massimo ogni contatto. Per sopravvivere dovevamo non esistere. Ma avevamo fame. La sera, giunto il buio, talvolta accompagnavo mio padre. Scendevamo dai boschi verso qualche casa colonica isolata, a cercare uova e farina, offrendo in cambio quello che ancora ci restava, anche la catenina d’oro di mia madre e l’anello di mio padre.

Per quanto tempo ancora saremmo potuti sopravvivere in quelle condizioni?

Seguì un periodo in cui abitammo lontani da Campoli, verso Siena, in una casa affittata vicino a un villaggio, Villa a Sesta, sotto le spoglie di sfollati, che effettivamente eravamo. Era costante il timore di essere identificati come ebrei ed essere spediti nei campi di sterminio.

Quando gli eserciti alleati sbarcarono in Italia, si riaccese un filo di speranza. Solo una veloce disfatta dei tedeschi poteva salvarci. Quando cominciammo a udire l’eco delle cannonate capimmo che il fronte si stava avvicinando. Calcolavamo ogni giorno se i cannoni fossero più vicini. E i veicoli militari tedeschi erano ovunque, anche sulle piccole strade di campagna.

Con l’aiuto di un boscaiolo, che aveva capito che eravamo ricercati e dovevamo nasconderci, mio padre fece, in un fitto bosco, un tugurio mimetizzato, nascosto nella macchia, invisibile anche da pochi metri. Di notte eravamo ammassati nel tugurio che chiamavamo “la grotta”. Di giorno uscivamo e vi restavamo accanto, per rientrarci ad ogni più piccolo rumore. Il tugurio era umido, colava acqua dalle pareti, per cui lo avevamo pavimentato di pietre sulle quali dormivamo e di notte ci facevano male le ossa.

Eravamo padre, madre, quattro figli, da me tredicenne al più piccolo, Ruben, che aveva 3 anni, e la nonna ammalata che poco dopo si spense. Anche i piccoli sapevano che se dovevamo morire saremmo morti tutti assieme. Soffrimmo la fame, il freddo, l’umidità, i dolori reumatici. Ma nessuno di noi soffrì la solitudine. Il nucleo familiare unito non soffre la solitudine.

Non potevamo accendere il fuoco per timore che il fumo ci facesse scoprire. Solo qualche tizzone di brace, tra le pietre, ci permetteva di scaldare l’acqua per la nonna malata e fare delle pizzette di farina e acqua, bruciacchiate sulla brace. Non potevamo accendere una luce quando faceva buio. Non dovevamo fare rumore. Anche per i più piccoli era proibito piangere.

Osservavo la natura, le nuvole, gli uccelli, gli alberi, le foglie mosse dal vento che mutavano di colore. Un torrentello d’acqua limpida aveva una perfetta sintonia tra il suo gorgoglio e i riflessi dell’acqua che cambiavano nel suo scorrere. Rumori, forme e colori formavano un’armonia che non mi stancavo di osservare e ascoltare. Gli uccelli venivano ad abbeverarsi. Una lucertola girava sempre sulla stessa roccia. Ogni tanto mi guardava. Sicuramente pensava, ma cosa pensava? Scrivevo pensieri sulle pagine di vecchi quaderni. Molti di quei fogli furono poi utilizzati per riattizzare il fuoco. Alcuni sopravvissero perché dimenticati nelle mie tasche.

Con particolare interesse seguivo i movimenti, gli assembramenti, i brulichii, di un formicaio che osservavo ogni giorno. Era nascosto sotto una pietra che alzavo e che poi rimettevo a posto. Pensavo che le formiche mi guardassero, mi riconoscessero e mi considerassero un loro amico. Per loro ero un gigante amico, mille volte più grande di loro.

Ricordo che un giorno, seduto su una pietra, guardavo il cielo tra i rami mossi dal vento; in distanza si sentivano le cannonate del fronte. Pensai con senso di sollievo alla tristezza che avrei provato se mi fossi trovato dietro i banchi di scuola, ascoltando la rauca voce della maestra e le domande e risposte tra lei e noi alunni. La scuola mi aveva rifiutato. La scuola era divenuta la mia nemica e la combattevo nei miei pensieri. Non avevo altre armi per combatterla.

Eravamo nascosti nel bosco, se ci avessero presi avremmo fatto la fine della fucilazione nel migliore dei casi, ma forse ancora peggio, delle camere a gas. Avevamo fame e freddo in permanenza, ma mi consolavo pensando che ero libero mentre quei poveri schiavetti, miei compagni di classe, subivano il quotidiano supplizio dell’apprendere le poesie a memoria. Mi dicevo di essere fortunato e privilegiato di godere dell’esonero da tale angheria.

Presumo che tali pensieri fossero una reazione alla ferita, un’autodifesa, e forse anche una virtuale, recondita vendetta. Sorridevo dentro di me e mi dicevo: sono più fortunato di loro. Ma ero rifiutato dalla scuola e dalla società nella quale ero cresciuto fino allora, ero nella tragica situazione di essere nascosto, ricercato, un fuorilegge, condannato a morte. A 13 anni mi domandavo quale fine avremmo fatto, quanti giorni ci restavano ancora … Mi chiedevo, colpa di chi?

Ogni giorno vissuto era un giorno guadagnato. Eravamo fortunati ad essere tutti assieme. Era necessario sopravvivere ad ogni costo fin quando fosse stato possibile. L’idea di essere presi, torturati ed eliminati non ci abbandonava. Tormentava soprattutto mia nonna che era in fin di vita.

Verso la fine di questa epopea, per molti giorni tirammo avanti con una grossa cassetta di sardine sotto sale che mio padre aveva recuperato da un venditore ambulante. Una sardina a testa al giorno. Da allora l’odore delle sardine salate mi fa venire il mal di stomaco.

I soldati tedeschi rastrellavano l’area alla ricerca di partigiani e vi fu uno scontro a fuoco a cento metri dal nostro rifugio. Un partigiano morto fu lasciato sul terreno. Sentivamo ordini dati in tedesco. Furono momenti di alta tensione. Anche i bambini piccoli erano ammutoliti: per fortuna. Nessuno si accorse del nostro nascondiglio.

Due giorni dopo scoprii il morto. Quasi lo calpestai e fu per me uno shock. Non avevo mai visto un morto prima. Emanava un cattivo odore ed era coperto di mosche. Aveva un cappotto grigio-verde molto sporco. Portai mio padre a vederlo. Mi disse di restare nel tugurio perché sarebbero venuti a cercarlo e potevano scoprirci.

Fummo scoperti un giorno da un gruppo di tre inglesi, prigionieri di guerra, fuggiti dalla prigione, che anche loro si nascondevano nel bosco. Spartimmo con loro sardine salate e poi si dileguarono. Nonostante la difficoltà di dialogo nella loro lingua, fu un’occasione sociale della quale poi parlammo per giorni.

Il tempo in cui il fronte attraversò la zona, nei boschi dell’Appennino, fu un mese di terrore. Si sentivano i rombi dei cannoni avvicinarsi ogni giorno. Poi le bombe cominciarono a fischiare e a piovere attorno a noi, nel nostro bosco, e non potevamo muoverci. Vi furono lunghi momenti di ansia. Ad ogni istante poteva cadere una bomba su di noi. Restammo nascosti nel tugurio tra i rovi.

Un bel giorno i tuoni delle cannonate si allontanarono verso nord e capimmo di essere salvi. Scendemmo a valle. Tornammo a rivedere altri esseri umani. Ricordo il piacere nel gustare, dopo mesi, la prima fetta di pane spalmata di burro. Ricordo il piacere di bere un bicchiere di latte. Ricordo l’effetto di poter dire buongiorno e stringere la mano a qualcuno. La solitudine che avevamo ignorato era ora un ricordo.

Dopo qualche mese, Firenze fu liberata e vi tornammo. Riuscimmo a seppellire la nonna in un cimitero.

L’isolamento dal resto del mondo ci ha permesso di sopravvivere. È stata la forza della resistenza, nella fame, nel freddo, nel silenzio, senza risorse, senza contatti esterni, che ci ha fatto uscire vivi da questa epopea. La fame, chi l’ha provata, sa cosa voglia dire. Sa anche cosa provano i genitori quando i figli hanno fame. Sa anche cosa provano i figli quando i genitori hanno fame. Sa anche cosa si prova quando tuo fratello ha fame. Siamo sopravvissuti perché, per gli altri, non esistevamo. La solitudine è stata la nostra salvezza.

giuliano de chirico
Giorgio De Chirico, Mobili nella valle, 1927

LA LIBERAZIONE… LIBERAZIONE?

Tornammo a Firenze e ciò che trovammo rispecchiava la realtà dei tempi. Non occorse una chiave per rientrare nella nostra palazzina. Trovammo la casa svaligiata, sfondata, inagibile. Mancava l’argenteria, mancavano i quadri, i mobili migliori, coperte, lenzuola e quanto avesse un valore apparente. Tutto era a soqquadro. Non avevano preso i libri, almeno non tutti, che erano ammucchiati in disordine. Le prime notti ci accampammo come se fosse un’altra delle capanne che ci avevano ospitato alla macchia. Poi ci sistemammo in una piccola e brutta pensione.

Scoprimmo che amici, cugini ed altri parenti mancavano all’appello. Erano stati meno fortunati di noi. A parte mia nonna, defunta durante questa epopea, eravamo tutti salvi, con la casa ridotta in rottame, ma vivi. Avere vissuto per diversi anni senza nessuna entrata aveva esaurito tutte le risorse familiari.

Tornati in città, scoprendo che parenti e amici erano finiti nelle camere a gas, ebbi, con gli altri, quel senso di solitudine che durante tutto il periodo della macchia non avevo mai provato. Vedevo i sopravvissuti piangere e disperarsi, arrivavano notizie terrificanti sulla dimensione dello sterminio e, finalmente liberi, ci siamo permessi il lusso di essere angosciati.

Il senso di solitudine è sorto solo dopo due anni di solitudine, in quella Firenze che per noi non sarebbe mai più stata la stessa. Il nostro mondo di affetti e di amicizie mancava all’appello, la nonna non c’era più, la nostra casa, nella quale avevamo passato anni della nostra vita, era inagibile, svaligiata, manomessa, mancavano molti di quei mobili e quegli oggetti familiari che ci avevano circondato nella nostra infanzia. L’azienda di mio padre non era più sua. Dovevamo ripartire da zero.

Quest’avventura ci aveva tolto parenti e affetti, ci aveva rovinato economicamente, ci aveva impedito di seguire la scuola. “Per fortuna tutto è finito” e con questa frase il mondo andava avanti senza disturbarsi più di tanto. Nessun aiuto o appoggio per riprendere una vita normale. I genitori si chiedevano cosa fare. Pensavo che l’ingiustizia continuasse: non era tutto finito. Anche l’ignorarci era visto come una persecuzione. Colpa di chi?

Non volevo ascoltare chiacchiere. Volevo pensare per conto mio. A 14 anni ne avevo il diritto. Pensavo e ripensavo a quello che avevamo passato, dal giorno in cui la maestra dalla grande bocca mi aveva mandato a casa. Tutto questo doveva avere un senso. Ma quale?

Perché, nel nostro Paese, abbiamo dovuto nasconderci per sopravvivere? Perché eravamo destinati alle camere a gas? Perché una famiglia agiata è stata ridotta alla miseria? Recepivo il grave disagio dei genitori e i dilemmi delle loro incertezze. Si sentivano traditi da coloro che avevano osservato lo scempio in silenzio. Perché nessuno intendeva riparare il danno morale ed economico del quale eravamo vittime? Tutta colpa del precedente regime? Esiste una responsabilità nazionale verso i cittadini? E l’Italia stava a guardare? Sentivo la solitudine della nostra famiglia di fronte allo stato amorfo, che esisteva ma non si vedeva, che tutto poteva e nulla poteva.

La radio e la stampa ormai avevano cambiato distintivo, parlavano di gloria, di onore, di vittoria e avrebbero dovuto parlare d’infamia, codardia, vergogna, anche se con qualche caso di gloria e di onore. Ma parlare di vittoria era una deformazione della realtà. Se la guerra fosse stata vinta saremmo finiti nelle camere a gas. Per fortuna la guerra è stata persa. Già si falsificava la storia di ciò che era avvenuto il giorno prima. Di colpo i fascisti erano divenuti partigiani. I perdenti erano divenuti vincitori. I tedeschi, da amici erano divenuti nemici e gli inglesi, maledetti fino al giorno prima erano benedetti. Per me fu una violenta lezione di cosa fosse la storia. I nostri parenti e amici morti non sarebbero tornati. Eravamo in un Paese che ci aveva condannato a morte e poi, dopo le esecuzioni, aveva riconosciuto di essersi sbagliato. La grande bocca aperta della maestra, che non diceva niente, era il simbolo di quel Paese.

La colpa è sempre del regime precedente? Oppure è colpa di tutti? Poi scoprimmo cosa era avvenuto in Germania, in Polonia, in Russia. Colpa di tutti? Colpa di tutti è colpa di nessuno. Forse. Esiste una coscienza collettiva? Forse. Esiste la responsabilità di un Paese verso i propri cittadini? Forse. Esiste una responsabilità morale? Forse. Forse occorre la liberazione dai forse.

Un lume nel buio era il ricordo di quell’anonimo carabiniere in borghese, giunto in bicicletta, per dirci di scappare e, in tal modo, per salvarci. Altro barlume era il pensiero di quel boscaiolo che aveva aiutato mio padre a costruire il tugurio nella boscaglia. Per noi erano queste le persone che avevano salvato l’onore e la dignità di un paese allo sbando. Era la loro palesata responsabilità morale. Vi furono partigiani e qualcosa fecero. Non tutti gli italiani erano fascisti e non tutti i fascisti si sono di colpo travestiti da partigiani. Ma noi, la nostra famiglia, come potevamo tornare ad inserirci in questo mondo che ci aveva condannato, perseguitato, rovinato, rifiutato e aveva cercato di eliminarci?

EMIGRARE?

Dopo molte titubanze i genitori decisero di vendere la casa ed emigrare in quella che allora era Palestina e che sarebbe divenuta Israele. Fu per tutti una decisione sofferta. La famiglia di mio padre era giunta in Italia 600 anni prima, dalla Spagna, fuggendo dall’inquisizione. La famiglia di mia madre era giunta a Roma circa 2000 anni fa, durante il regno dell’imperatore Tito e si era poi stabilita a Firenze nel ‘300. Restava, in ambo le famiglie, la memoria delle lontane persecuzioni, quelle dell’inquisizione di Spagna nella famiglia di mio padre, quella della distruzione del tempio di Gerusalemme e dell’emigrazione a Roma, da parte della famiglia di mia madre. La memoria orale ha vita lunga.

Le nostre famiglie e i congiunti avevano dato all’Italia, studiosi, artisti, uomini di cultura, pittori come Amedeo Modigliani e scienziati come il Premio Nobel Enrico Fermi. L’Italia era stata la patria di ambo le famiglie per secoli. Le persecuzioni avevano violentato questa realtà rifiutandoci e prendendoci tutto quello che avevamo, parenti, amici e patrimonio, e perfino il diritto di essere cittadini. Tuttavia non era facile abbandonare l’Italia.

Fu una decisione presa soprattutto da mia madre che ce la illustrò chiaramente. “Noi vogliamo vivere in una società nella quale non vi sia mai più la possibilità di essere perseguitati a causa delle radici etniche o dell’appartenenza a una religione”. L’Italia poteva fornire queste garanzie? Noi figli potevamo accondiscendere o meno, ma la decisione era presa. Ricordo i miei pensieri. L’idea di tornare a quella scuola che mi aveva respinto suscitava in me un rifiuto assoluto. Sarebbe stata una sottomissione alla quale non ero disposto. Tra il noto e l’ignoto era meglio l’ignoto. Il noto non era accettabile. Andarsene era la sola soluzione.

Era il 1945. Dopo un complesso percorso di emigrazione, in campi per profughi, arrivammo in Palestina senza conoscere la lingua, senza che i genitori avessero un lavoro e senza che io potessi continuare a studiare in una lingua che non conoscevo.

Mio padre tentò di aprire un ufficio di architettura ma le sue idee italiane, all’epoca, non corrispondevano alle esigenze locali. Dopo poco si separò da mia madre e tornò in Italia trovandovi lavoro ma non fu mai più titolare d’azienda. L’esperienza e la tensione di anni lo avevano logorato. Si ammalò. Morì d’infarto qualche anno più tardi.

Mia madre trovò un lavoro in Israele e i tre fratelli, anche se con qualche difficoltà, riuscirono ad adattarsi. Io quindicenne fui inviato in un kibbutz, un villaggio collettivo, per imparare un mestiere. Entrai come apprendista nell’officina del falegname, dove passai alcuni mesi a segare e incollare legname, a chiudere e aprire presse a vite. Non era la mia vocazione; per uscirne mi presi una malattia, fu una malattia desiderata e forse voluta.

Mi ammalai di nefrite, che prima degli antibiotici era una malattia seria, e tornai da mia madre in ambulanza. Dovevo restare a letto con dieta stretta e insipida. Vivevo e dormivo nel garage della piccola casa, trasformato in camera. Mia madre arrivava la sera, stanca del lavoro e mi rifocillava. Tornavano da scuola anche i fratelli e venivano a farmi compagnia prima di andare a letto. Ogni tanto veniva a trovarmi un vicino della mia età che studiava il violoncello e che occupava il garage accanto al mio.

Ripresi a scrivere a letto: carta e matita, su un pezzo di cartone come tavoletta. Alcuni testi di allora sono inclusi in tre volumi di miei racconti che furono poi pubblicati negli anni ’70, 30 anni dopo.

molinaro
Dario Molinaro, A volte vivere, 2005

PROGRAMMARE UN FUTURO

Quei mesi di malattia nel garage, che aveva un letto, un attaccapanni, la mia valigia, una sedia, la finestra alta dalla quale potevo vedere solo il cielo, la porta che occupava un’intera parete, furono mesi di solitudine che però non sentii come tali. Mi era tornata la passione di scrivere. Non ero sicuro che fosse la mia vocazione, era un passatempo, un gioco e un piacere.

Avrei voluto fare l’esploratore ma nessuno sapeva dirmi come si fa per diventarlo. Leggevo libri che parlavano dei grandi navigatori, Magellano, Bouganville, Vasco da Gama, il Capitano Cook, e lessi perfino “Il Milione” di Marco Polo. Questi libri, che venivano dall’Italia, nelle casse di quello che ci restava, occupavano gran parte delle mie giornate e mi facevano sognare. Ma non avevo neppure la licenza di scuola media. Quale futuro potevo aspettarmi senza un titolo di studio? La maestra dalla grande bocca tornava a perseguitarmi nei sogni. Aveva un ghigno perverso ed emetteva rumori-parole incomprensibili. Era un incubo, quella grande bocca che non diceva niente, con la lingua che si muoveva come fosse un serpente.

Ancora convalescente, decisi che dovevo prendere la licenza liceale. Dovevo farlo per vincere l’affronto subito dalla maestra dalla grande bocca. Tornai in Italia, a Roma, ospitato da una vecchia zia, sorella di mio padre, che non aveva figli e mi adottò, aiutandomi a studiare. Un suo vicino di casa era insegnante di liceo e insieme a lui mi dettero consigli su come prepararmi e cosa studiare. Mi presentai agli esami di maturità nel 1947, a 17 anni, per cui, se non nella stessa città, alla stessa età e sessione dei miei compagni di scuola elementare. Ebbi la mia licenza liceale: mi ero riscattato. Avevo dimostrato l’inutilità di quella scuola che mi aveva rifiutato. Avevo dimostrato a me stesso l’inutilità della maestra dalla grande bocca aperta.

Osservare le formiche nel bosco, scrivere i pensieri di adolescente e imparare il mestiere del falegname, mi erano serviti almeno quanto tutti gli anni di scuola che avevo perso … anzi guadagnato. Mi chiesi quale triste destino avrei avuto se avessi subito, per tutti quegli anni, il lavaggio di cervello dei banchi di scuola. Sarei passato dalle indottrinazioni del fascismo, del comunismo e della democrazia cristiana. Ne sarei uscito rimbambito e confuso, come molti altri “ragazzi” della mia generazione che ci hanno dato l’attuale confusione. Avevo bisogno di convincermi che la terribile offesa subita a 8 anni, quella di essere stato escluso dalla scuola, era stata la mia fortuna, in barba alla maestra-mostro. E forse non avevo tutti i torti.

Avevo vinto la mia personale battaglia segreta. Da allora la maestra dalla grande bocca non è più riapparsa nei miei sogni. L’incubo che mi aveva perseguitato per anni era superato.

E POI?

Dopo una breve frequentazione all’università di Roma, iscritto a ingegneria per consiglio della zia, cambiai registro; tornai in Israele con l’intenzione di studiare geografia e storia all’università di Gerusalemme. Queste prime discipline mi spinsero verso l’archeologia.

Per guadagnarmi da vivere fui cameriere in un bar e nella mensa universitaria e portiere di notte in un piccolo albergo. Non avevo molto tempo per seguire gli altri studenti negli incontri sociali, eppure i migliori amici, fino ad oggi, sono quelli che incontrai allora. Dovetti imparare l’ebraico per seguire le lezioni, m’impegnai a studiare in tutte le ore libere dal lavoro per ottenere buoni voti, necessari per l’esenzione da tasse universitarie e forse per vincere borse di studio per continuare a studiare.

E così fu. Dopo alcuni esami, all’inizio del secondo anno, ricevetti l’ambita borsa di studio, che poi si ripeté anno dopo anno, prima a Gerusalemme, poi alla Sorbona di Parigi, poi la Fullbright a Harvard ed infine la Fellowship della American Philosophical Society. Prima di accedere all’insegnamento universitario conseguii 4 lauree in tre diversi continenti (a Gerusalemme BA in archeologia del Medio Oriente ed MA in Preistoria; a Harvard, negli USA, Master in Antropologia e alla Sorbona a Parigi, il Dottorato in Lettere) e il post-doctoral a Oxford. L’affronto subito all’età di otto anni era decisamente superato. A otto anni non volevano che fossi uno studente e da allora non ho mai cessato di esserlo.

Come guardare in retrospettiva a questa epopea? Fu o non fu epopea della solitudine? I quattro fratellini affamati, nascosti nel bosco, non sono finiti sotto le bombe dei cannoni, o fucilati e neppure nelle camere a gas; sono i padri di un clan che tra mogli, figli e nipoti, conta oggi una sessantina di anime. E siamo uniti anche se un po’ disseminati. Mia madre visse fin oltre i 90 anni, per godersi l’affetto dei nipoti.

Ariela, mia moglie, condivide con me la vita da mezzo secolo, ho due bravi figli e 6 nipoti. Ho amici e allievi sparsi per il mondo. Ho vissuto e vivo in Paesi diversi ma principalmente in Italia. Nonostante tutto, l’Italia è il Paese dove sono nato e l’Italiano è la mia lingua madre nella quale preferisco scrivere. Ho scritto e pubblicato una settantina di libri di saggistica in scienze umane. Mie opere sono tradotte in oltre 20 lingue. La passione narrativa dell’adolescenza è rimasta un hobby che non ho abbandonato pur usando per essa uno pseudonimo. Ho fatto per 40 anni il professore universitario in diversi Paesi e in diverse lingue, ho creato un centro di ricerca in Italia, gestendolo per mezzo secolo e portandolo a fama mondiale, ho organizzato mostre e congressi e spedizioni di ricerca in vari continenti e ora sono pensionato e continuo a studiare e a scrivere.

Non sono riuscito a fare l’esploratore di terre ignote e il grande navigatore, come avevo sognato da bambino, ma i tempi sono cambiati, di terre ignote ve ne sono sempre meno e i re, anche di loro ve ne sono sempre meno, non sono più i mecenati di una volta.

La vecchia maestra dalla grande bocca, senza braccia e senza gambe, se è ancora viva, dovrebbe avere più di 100 anni, sarà andata in pensione da tempo. Da quando non appare più nei miei sogni ne ho perse le tracce. La sua probabilmente fu una vita di solitudine, in mezzo al frastuono degli scolari, ai comitati degli insegnanti e al timore dei presidi, succube delle leggi sciagurate di regime.

La vicenda personale che ho illustrato è una piccola tessera di un immenso mosaico. I disastri che l’umanità affronta si rincorrono. Colpa di chi?

Nel secolo ventesimo, che ho attraversato per ben 70 anni, si sono verificate due guerre mondiali, abbiamo visto nascere, svilupparsi e crollare regimi totalitari, comunismo, nazismo, fascismo ed altre dittature in vari continenti; abbiamo assistito a genocidi, a pulizie etniche, a persecuzioni razziali e religiose, ai pogrom, ai gulag, alla massificazione delle camere a gas. E con questi, malgrado i formidabili sviluppi tecnologici dovuti principalmente ad esigenze belliche, alla decadenza della cultura, alla mistificazione della storia, alla degenerazione delle relazioni umane, alla solitudine delle folle. Colpa di chi? Colpa di tutti? Colpa di nessuno?

Verso dove sta dirigendosi l’umanità? Questo mondo, sempre più densamente popolato, è pieno di solitudine, sempre più diffusa tra i pochi profeti e i tanti emarginati, tra i potenti come tra i perseguitati: solitudine tra le folle e solitudine nella natura, solitudine nei salotti e solitudine nelle celle, solitudine di meditazione e solitudine di angoscia.

E la mia? È stata una vita di solitudine? Forse, ma malgrado le tragedie vissute e i traumi subiti, la mia solitudine è stata e rimane una piacevole solitudine. Mi piace socializzare, ma quando scrivo o progetto ho bisogno di solitudine. Ogni tanto sento il bisogno di un distacco dal lavoro quotidiano. Non vado a Las Vegas né a Monte Carlo, mi rifugio nel deserto per pensare con il vento, che si porta via i pensieri quotidiani. Ma anche lì, nella solitudine, non sono solo. Ho con me il paesaggio, le rocce, gli animali, le tracce umane lasciate nel corso di secoli. Ho i miei pensieri e i miei ricordi, puliti come l’aria che vi si respira. E capisco come il deserto abbia tanto contribuito alle esperienze spirituali e intellettuali dell’umanità. Dalla solitudine del bosco dell’infanzia sono passato alla solitudine del deserto: ambedue solitudini senza senso di solitudine, ambedue solitudini generatrici.

La conoscenza si acquisisce anche nella scuola, anche nei libri, anche nel lavoro, anche nel contatto umano. Ma è una conoscenza diversa quella che ci rivela la solitudine. Nel deserto, come nel bosco, i pensieri si rincorrono trascinati dal vento. E lasciano spazio ad altri pensieri. La conoscenza è dentro di noi, siamo nati con la conoscenza, e passiamo la vita a cercare di ricordarla, di acquisirla e fissarla, con l’aiuto del vento, di un vento che abbiamo dentro di noi.

*Nota a piè di pagina: Estratto da una conferenza presentata al convegno della Società Italiana di Micropsicoanalisi svoltosi a Capo d’Orlando

Articolo tratto da "L'Eterno Ulisse" n. 6

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