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La storia costruita

Dura Europos: una città, tre religioni, tante culture

In un tempo in cui l’Occidente stava vivendo le persecuzioni contro i Cristiani, l’Oriente proponeva un modello di convivenza pacifica tra popoli e culture diverse. Dove? Nella culla ancestrale della civiltà, in Mesopotamia, e più precisamente nella città di Dura Europos.

di Emanuela D'Ignazio, 30 Aprile 2014
TAG  oriente  occidente  cultura  religione 

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Affreschi nella Sinagoga di Dura Europos (244 d.C.)

In un tempo in cui l’Occidente stava vivendo le persecuzioni contro i Cristiani, l’Oriente proponeva un modello di convivenza pacifica tra popoli e culture diverse. Dove?

Nella culla ancestrale della civiltà, in Mesopotamia, e più precisamente nella città di Dura Europos, il cui nome stesso racchiude in sé due diverse origini: Dura, nome semitico e ed Europos, nome macedone.

Colonia macedone fondata nel 303 a.C., in prossimità del fiume Eufrate, da uno dei generali di Alessandro Magno, Seleuco I Nicoatore, Dura Europos assume le fattezze di un’importante città con maestosi templi in onore di Apollo e Artemide. La sua ascesa continua ancora tra il I e il II secolo a.C., quando viene conquistata dai Parti, e con loro la città si arricchisce di una poderosa cinta muraria e di templi in onore di divinità babilonesi.

Presto i Romani capirono l’importanza che avrebbe avuto per loro quella città, così Dura Europos divenne uno dei più importanti praesidia romani, munita di una grande casa per il comandante, alloggi per l’esercito, terme sontuose, un anfiteatro ed edifici di culto pagani che andavano a sommarsi ai precedenti. Del periodo romano la Storia ci ha conservato anche un frammento dello scontro che ci fu tra i Persiani sassanidi e l’esercito romano nel 256 d.C., ed esattamente l’ultimo disperato tentativo provato dai Romani per arrestare l’ingresso dei nemici nella città. Con dei terrapieni infatti tentarono di rinforzare le mura cittadine, ricoprendo interamente, e in parte distruggendo, gli edifici prospicienti, ma nonostante ciò i Sassanidi riuscirono comunque ad entrare nella città attraverso l’escavazione di tre gallerie, rinvenute dagli archeologi. Sono state rinvenute anche gallerie scavate dall’interno della città stessa, il che vuol dire che i Romani tentarono una controffensiva; la prova di tutto questo arriva inoltre dal rinvenimento nelle gallerie di scheletri di soldati romani e persiani periti durante il combattimento.

Ma chi abitava questa bizzarra città? Il nucleo originario della popolazione era formato dai discendenti dei coloni macedoni che parlavano greco, ricevevano un'educazione greca e mantenevano ufficialmente i culti di Zeus e di Apollo e del fondatore della città. Successivamente accanto all’aristocrazia macedone ne sorse anche una semitica; infatti già nell'epoca partica, mentre gli uomini portavano nomi greci, le donne avevano nomi semitici.

Il vero miracolo è che di questo microcosmo multietnico, il tempo, benignamente, ci ha preservato tre monumenti rappresentativi: il Mitreo di età romana, una domus ecclesiae paleocristiana e una Sinagoga.

Il santuario di Mitra, divinità cara ai soldati in quanto eroe combattente, fu realizzato intorno alla fine del II sec d.C. da alcuni arcieri di Palmira che avevano prestato servizio nell’esercito romano. Singolare è il fatto che fu costruito nel sopratterra, quando la maggior parte dei santuari in onore di Mitra erano costruiti sotto terra per commemorare la nascita del dio in una grotta.

Il terrapieno che ricoprì il mitreo durante l’invasione sassanide ha preservato le pitture parietali, dalle quali si sono ricavate informazioni importantissime circa il culto misterico di Mitra. Si è saputo infatti che vi erano sette livelli gerarchici tra gli iniziati, di cui alcuni nomi con il rispettivo grado ricoperto sono ancora incisi sulle pareti. Il punto focale iconografico resta comunque la raffigurazione di Mitra che uccide il Toro cosmico (in una rappresentazione conosciuta come la tauroctonia), che simboleggia la vittoria della luce sulle tenebre primordiali.

Dura Europos propone anche il caso di una delle più antiche casa-chiesa (domus ecclesiae) conservatasi, che un graffito permette di dare al 232 d.C.; infatti le prime comunità cristiane di fedeli erano soliti riunirsi, a turno, non nelle catacombe, ma in case private degli stessi membri.

Queste abitazioni private avevano una grande sala “adibita al culto” nella quale ospitare i fedeli e, almeno in questo caso, anche un battistero, con vasca per l’immersione battesimale. Quest’ultima stanza ha restituito uno splendido ciclo di pitture cristiane, tra le quali si riconoscono il Cristo come Buon Pastore, proprio sopra la fonte battesimale, soggetti del Nuovo e Antico Testamento, che evidentemente dovevano avere la funzione di diffondere il messaggio cristiano di liberazione e salvezza, appreso dai fedeli proprio durante il rito di iniziazione del Battesimo.

Infine, sempre lungo il terrapieno che ricoprì le mura di Dura Europos si colloca la scoperta di una delle più antiche sinagoghe conosciute, riccamente affrescata e decorata. Originariamente casa privata e poi rifugio per la comunità ebraica durante la dominazione romana della città, divenne poi una sinagoga con un ampio cortile che immetteva nella grande sala e al centro un santuario della Torah. Quello che sorprende maggiormente è l’aver rinvenuto così tanti affreschi in un edificio di culto giudaico, considerando il divieto di riprodurre immagini a tema sacro previsto nella religione ebraica. Questo vuol dire che tra le comunità di diverso credo religioso che convivevano a dura Europos dovesse esserci un pacifico clima non solo di tolleranza, ma anche di diffusione e interscambio dei reciproci modi vivendi.

Inoltre la presenza stessa della sinagoga in prossimità di una domus ecclesiae e di un Mitreo è la conferma concreta che all’epoca dovesse vigere un clima di rispetto reciproco tra i molti e diversi gruppi religiosi della città. Evidentemente nella metà del III secolo, quando furono eseguiti gli affreschi nella sinagoga, gli ebrei non furono perseguitati dai soldati Romani, né furono emarginati, e questo spiegherebbe la libertà che ebbero nel poter costruire un proprio luogo di culto, e di decorarlo, proprio come il Mitreo, realizzato nel sopratterra e la domus ecclesiae con relativo battistero per i neofiti cristiani.

Dura Europos è il caso eccezionale di una città la cui Storia è il frutto del passaggio di popoli con culture e religioni diverse, liberi di convivere pacificamente e di costruire i propri edifici di culto, monumenti della libertà, unici reali testimoni di quel microcosmo di antica e pacifica convivenza.

Una piccola, ma doverosa, postilla per tutti i curiosi che avrebbero voglia di poter toccare con mano questa “aliena” realtà: gli affreschi della “Pompei del deserto” sono oggi conservati alla Yale University Art Gallery, mentre a Dura Europos sono visibili i resti architettonici della sua storia multietnica.

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